GIORGIO ORTONA

Antologia critica

Gianluca Marziani
F.I.C.O. feticci, individui, case, oggetti
Festival dei Due Mondi, Spoleto, Palazzo Collicola, 2018


Roma. Pigneto. Via Braccio da Montone: davanti a noi un edificio basso, al primo piano ecco lo studio di Giorgio Ortona, immerso in un quartiere che stigmatizza pregi e difetti di una città complessa, favolosa per evidenze ma decadente per attitudine; una metropoli che al Pigneto intreccia edilizia mista e creatività, nodo multietnico e vita notturna, proletariato e terziario tecnologico di nuova generazione. Da qui, tra Casilina e Prenestina, parte uno sguardo d’autore con la filosofia del drone: altezze a campo aperto per una visione concentrica e lenticolare della Roma moderna, palazzinara, commerciale, dissonante, cementizia, popolosa… Giorgio Ortona dipinge non solo ciò che vede ma ciò che gli occhi odorano, ciò che le orecchie assaggiano, ciò che la bocca ascolta...
un’apparente contraddizione dei sensi, specchio veritiero di un pennello che il contrasto semantico lo risolve al suo interno: pittura sporca eppure chirurgica, brulicante ma asciutta, realistica e al contempo mentale. Una pittura di contrasti sanati, dove lo stesso telaio di legno grezzo, pur imitando il pallet da cantiere, si trasforma in un distanziatore dalla perfetta calibratura. Una contraddizione che si risolve anche nei fondali: si intravedono linee, numeri e tacche che palesano la natura architettonica della tavola, come se il fondo fosse la cellulosa su cui l’autore progetta le visioni. Qui esce fuori l’anima d’architetto, il passato universitario e la disposizione mentale; emerge l’angolo di sguardo che certifica un imprinting ma anche il suo cortocircuito per merito di un linguaggio, la pittura, che ridefinisce il sentimento profondo dell’architettare.
La pittura è l’architettura abitabile degli spazi interiori
La Roma di Giorgio Ortona diventa matrice e codice genetico, genoma figurativo che attraversa molteplici luoghi di ambito novecentista. Non pensiate, però, alla solita Capitale da periferia disfatta; qui, al contrario, si raccontano la bella edilizia popolare anni Sessanta, certe facciate umbertine tra Esquilino e Colle Oppio, alcuni capolavori residenziali in Prati e San Giovanni, tanti palazzi monolitici che ben s’inseriscono nel contesto urbano, spesso tra tangenziali a serpente, sopraelevate, raccordi e strisce d’asfalto. Ortona mappa l’urbe capitolina tra tetti e antenne, balconi e verde pubblico, crea geografie di cemento armato, esalta il cantiere con il corredo d’impalcature e gru svettanti...
verrebbe da dire: da tempo Roma non era così “romana” in un quadro; viene da aggiungere: una Roma tanto minuziosa da rendersi universale, archetipo di qualsiasi luogo cresciuto per incroci meticci, scambi culturali, energia collettiva, potere politico e investimento economico. La Roma di Ortona è anche la città dei volti amati, dei corpi affini, degli oggetti sensibili che catturano la sua fiducia emotiva. E’ un mondo di affetti e sensazioni vive, un legame vigile con la prosa del quotidiano: la città al di fuori, le persone e gli oggetti negli appartamenti, sui terrazzi, davanti ad una porta, dentro un negozio, in piedi per strada, dovunque il corpo, un cibo o un oggetto siano integrazioni biologiche della città pulsante. Lo stesso autoritratto, oggi esposto con alcune varianti, coinvolge magliette o giubbotti che l’autore, dileguatosi nel bianco pittorico, indossava al momento della foto, offrendoci così un ritratto per assenze, per evocazioni urbane, per rumori di fondo. L’immaginario urbano di Ortona nasce dall’alto, attraverso le immagini panoramiche di Google Earth. Da qui la creazione di una griglia pittorica in cui il realismo si affianca alle cancellature di colore, alle assenze evocate, alle dissolvenze improvvise. Scompaiono le zone che non meritavano celebrazione, che stridevano nel contesto, che inquinavano l’occhio architettonico di Ortona. Assenze solo apparenti che si trasformano in fasce di colore, richiamando Nicolas De Staël e Alberto Burri, elettrificando la pittura con volumi astratti, tanto plastici da fondersi con la città reale. Ad accompagnare i quadri ci sarà Storie di Pittura, un video che racconta l’artista nei suoi spazi di vita e lavoro. Un’appendice che tira le somme narrative di un viaggio unico nella città che non dorme, nei quartieri ad alta temperatura umana, nei mondi privati di un artista che architetta, giorno per giorno, le sue stanze interiori. Il video è stato realizzato da Sintesi Visiva. Come direbbe qualcuno che passeggia per il Pigneto: “Davvero FICO sto quadro de Ortona…”
F.I.C.O. ovvero, Feticci Individui Case Oggetti
FETICCI
Una prosa senza enfasi, orientata su ciò che è puramente consumato dal tempo, sul mondo semplice che diviene speciale nell’occhio di chi guarda e metabolizza la realtà. Ortona sceglie la crudezza spontanea ed evoca quei fatti metabolizzati ogni giorno, brandelli che lo attraversano mentre affronta il ventre urbano, la risacca domestica, i marosi emotivi, le onde intime. Gli obiettivi del suo osservare mutano in feticci d’improvvisa dignità e rilucente bellezza, grezzi e ossei eppure muscolari per resistenza elastica. Rimane vivo il loro crudo realismo ma sale il pathos espressivo, cresce un’aura che focalizza un quid in mezzo al flusso anonimo del popolo. Da qui si comprende l’intuizione della cancellatura, l’ombra di colore che ricrea fantasmi o tracce di scena, portando lo sguardo dove l’immagine non cela, rivelando la radice delle stesse assenze, aumentando la rilucenza del tessuto complessivo. Le zone soppresse restano presenze senza definizione ma con lo stesso ingombro originario, ed emanano una pulsazione sottotraccia, una convergenza tra evidenza e nascondimento. La cancellatura come fossile pittorico di un tempo lungamente presente.
INDIVIDUI
Legami di sangue, nodi sentimentali, amicizie: Ortona racconta le connessioni intime, i valori fondativi, le persone che occupano un posto nel suo universo interiore. Ci descrive figure con una storia condivisa dentro l’umana geografia; osserva con approccio alla Diane Arbus, solidale con la fisionomia in scena, con l’involontaria energia scenica degli amati soggetti. I suoi ritratti sono persone normali dentro luoghi normali, così come le pose mantengono l’imbarazzo, la semplicità, il realismo, la caducità di un tempo che incide la pelle, i lineamenti, gli sguardi. L’universo umano di Ortona passa per balconi, terrazze condominiali, interni domestici anonimi, spiagge popolari… altre volte lo sguardo cattura rugbisti, ginnasti, ciclisti e altri sportivi che rappresentano quella fatidica “storia” dentro l’umana geografia… ad accomunare le differenze è il volume costante dell’occhio pittorico, un approccio che non fa differenze di estrazione sociale, che non intellettualizza pur agendo da una radice concettuale. Vista interiore da dodici decimi per una grande pittura che bilancia le distanze su una medesima temperatura della luce (reale e interiore).
CASE
Le molteplici tipologie abitative fanno la panoramica aerea su una Roma moderna e intonacata, meticcia per natura, controversa ed eterogenea ma armonica nel suo espandersi. Una città ad alta entropia che dimostra l’equilibrio dentro il caos apparente, tanto nel suo tessuto storico quanto nel suo sviluppo oltre le mura romane, sulle rotte delle antiche strade consolari, dentro il Raccordo Anulare ma lontano dalla pietra del centro storico. Le case di Ortona sono il ventre caldo della città, la visuale aperta che si porta appresso la memoria di Elio Petri e Francesco Rosi, gli echi di Ennio Flaiano e Pier Paolo Pasolini. Percepisci i rumori metallici, le gomme sull’asfalto, il caos pedonale, i cantieri aperti, le buste che sbattono, le voci mescolate… si capisce che esiste un organismo urbano in ebollizione eppure tutto sembra raccolto dentro un ordine matematico, dentro uno sguardo che ama gli ordini seriali delle finestre, il rigore armonico di terrazzi e balconi, le giraffe meccaniche delle gru da cantiere, le linee filanti dei muri perimetrali...
OGGETTI
Anche le cose inanimate si regolano con la stessa temperatura che avvolge i corpi e gli edifici. Che si tratti del suo amato basso elettrico, dei sacchi da cantiere su pavimenti umbertini (Ortona vive in un appartamento nella zona tra Piazza Vittorio e Santa Maria Maggiore, cuore dell’architettura umbertina in città), di frutti tagliati, di una dentiera o di un tubetto di pittura, assistiamo ad una visione lineare e coerente, capace di raccontare i soggetti e gli oggetti con un rispetto, una passione, un sentimento che non concede spazio alla retorica. Ciò che viene scelto assume la massima enfasi istantanea, si prende il centro senza annullare il contesto, ricavando un’intensità dallo scenario che somiglia alle inquadrature del miglior Fassibinder. Tutto merito di un'artista che fissa l’istante e ne ricava unicità preziosa, dando qualità minerale ai suoi fossili del presente, a quei feticci dal cuore caldo e dalla memoria pulsante. Gli oggetti di Giorgio Ortona sono protesi vive di uno sguardo amorevole che abbraccia la normalità del presente.

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